Cantine e vini tipici

L’Umbria è piena di cantine, di diverse dimensioni, dalla grande azienda alla piccola realtà a gestione familiare.

Le tipologie di vitigni che vengono maggiormente coltivate in funzione delle zone di maggior vocazione sono:

Sagrantino, vitigno a bacca rossa autoctono della zona di Montefalco
Sangiovese,  vitigno a bacca rossa coltivato in tutta la provincia di Perugia
Gamay, vitigno a bacca rossa coltivato nella zona del Trasimeno
Grechetto, vitigno a bacca bianca coltivato in tutta la regione
Trebbiano toscanotrebbiano spoletino, vitigni a bacca bianca (molto diversi tra loro nonostante il nome simile) coltivati in tutta la regione

A questi si abbinano poi i vitigni internazionali come Merlot, Cabernet sauvignon e Chardonnay.

Condividi su


curiosita'

Il Gamay del Trasimeno è un vitigno a bacca nera che fa parte della famiglia del Cannonau, del Grenache, ed è coltivato nella zona del lago Trasimeno.
Vinificato in purezza produce vini estremamente interessanti: ha un ampio profumo, colore rosso, sapori di mandorla amara, frutta secca, ciliegia, frutti a bacca rossa (lampone, amarena, prugna, mirtillo e fragola), talvolta floreali di violetta e rosa. Insomma, un fiore all’occhiello lungo la “Strada del Vino Colli del Trasimeno”, rappresentativa di un territorio di importanti produzioni.

La zona della DOC Colli del Trasimeno comprende i comuni di Castiglione del Lago, Magione, Paciano, Panicale, Passignano, Tuoro, e in parte quelli di Città della Pieve, Corciano, Perugia e Piegaro. Borghi di raffinata bellezza, puntellati da case di pietra e splendide piazze, ideali per gustare un buon calice della zona, magari in abbinamento a golose pietanze del posto; dal pesce di lago con regina in porchetta, brustego e tegamaccio, alla fagiolina (legume tipico della zona, molto piccolo e saporito, di forma allungata e di color crema), dalla torta al testo farcita con erbette ai Travioloni (ravioli ripieni di ricotta e fagiolina).

Nel 1968, grazie all’intuito di Giorgio Lungarotti, appassionato dei grandi vini di Borgogna e Bordeaux e dei grandi toscani che stavano venendo fuori in quel periodo, si inizia nella zona di Torgiano (terroir ideale grazie ai suoli ricchi di argilla e alla conformazione collinare) la coltivazione di Cabernet Sauvignon, Chardonnay, Verdicchio, Trebbiano e Sangiovese, sperimentando affinamenti di lunga durata in botti di rovere come avviene tradizionalmente per i grandi rossi toscani. Nasce così uno dei vini rinomati in tutta italia che ha dato origine successivamente ad una delle due DOCG umbre insieme al Sagrantino di Montefalco, ovvero il Torgiano Rosso Riserva.

Sangiovese e canaiolo sono i due vitigni fondamentali per l’elaborazione di questo vino. Dopo un breve passaggio in botti grandi di rovere di Slavonia, affina per lunghi anni in bottiglia. Il colore rosso rubino profondo, i profumi avvolgenti di confetture e spezie, il sapore secco, caldo e ben strutturato, sono le caratteristiche che fanno del Torgiano Rosso Riserva un vino raffinato che si abbina perfettamente con arrosti tartufati, cacciagione e selvaggina, agnello al forno, piccionella in salmì e formaggi stagionati.

Il sagrantino è un vitigno autoctono, tipico in particolare della zona di Montefalco, con un patrimonio organolettico particolare, che vanta un rilevante contenuto in tannini, ma anche in zuccheri e altre sostanze estrattive. Questo vitigno è molto adatto all’appassimento, perché la buccia particolarmente coriacea dà resistenza all’acino che, nel tempo, può concentrare tutte le sostanze senza marcire.

Il vino Montefalco Sagrantino ha un colore rosso rubino intenso con riflessi tendenti al granato e all’aranciato con l’affinamento. Il profumo è intenso e persistente, con sentori di more di rovo, prugna, vaniglia, spezie e cuoio. Vino molto longevo ed apprezzabile anche dopo 10-15 anni, elegante, strutturato e di grande personalità, può essere degustato in solitudine, come vino da meditazione, ma salumi umbri, paste con sughi di carne, arrosti di carni rosse, palombacci in salmì, porchetta, polpette alla umbra, piatti al tartufo nero, piccione alla ghiotta, beccacce alla norcina e formaggi stagionati, vengono valorizzati al massimo dalla struttura e dalla ricchezza delle sue caratteristiche gusto-olfattive.

Si ricordano negli ultimi 40 anni le annate 1985, 1990, 1997, 1998, 2005, 2008, 2015, 2016 - dati presi dal consorzio del Sagrantino di Montefalco.

Nella sua versione passita sono esaltati ancor di più i profumi, con sensazioni di frutta matura, frutti di bosco, frutta secca e spezie e, in bocca, un piacevole finale ammandorlato. Si abbina con pasticceria secca con frutta candita, nocciole e mandorle, dolci al cioccolato, la rocciata, dolce tipico della zona, fatto di pasta sfoglia ripiena arrotolato dalla particolare forma di serpente che si prepara da autunno fino a gennaio e in particolare per la festività dei Santi e dei Morti, e con la torta al formaggio pasquale.

Il Montefalco Rosso Riserva viene prodotto nell’area di produzione del Montefalco Sagrantino DOCG, con uve Sangiovese (dal 60 al 70%), Sagrantino (dal 10 al 15%), altre uve locali fino a un massimo del 30% (tipicamente Merlot, o altri vitigni a bacca rossa localmente coltivati nella provincia di Perugia). Si presenta con un colore rosso rubino intenso e profondo, che sfocia nel rosso granato. Al naso rilascia profumi intensi con riconoscimenti di confetture, frutta secca e spezie. Al gusto è caldo, di corpo e dotato di buona persistenza gusto-olfattiva, caratteri che lo rendono adatto all’abbinamento con cacciagione, selvaggina e formaggi stagionati.

Il Grechetto è un vino bianco ottenuto dell’omonimo vitigno, originario della Magna Grecia e introdotto nell’Italia centrale dagli Etruschi. Questo vitigno autoctono, una particolare varietà di grechetto che si differenzia sia per il biotipo sia per le zone di coltivazione (Todi, Colli martani, Orvieto), ha trovato il proprio habitat proprio sulle colline della valle del Tevere.
Il colore di questo vino è giallo paglierino intenso con riflessi dorati, il profumo è delicato con sentori caratteristici di mela, melone, salvia, melissa e note agrumate, il sapore è fresco, con buona struttura e finale leggermente ammandorlato. Questo vino si abbina bene con il risotto di gamberi di fiume e con la frittatina con le erbe campagnole.

Una fama riconosciuta e resa possibile grazie al luogo, la rupe con le sue caverne, fondamentali per la produzione del vino seguendo un metodo ancora incredibilmente attuale. La pigiatura dell’uva avveniva nella “cava” più in superficie; il mosto prodotto veniva lasciato cadere nella porzione inferiore e al termine della fermentazione spostato nella parte più profonda della grotta, sfruttando la forza di gravità, per una maturazione al fresco e al buio. È probabile che proprio questo sistema abbia reso così celebre il vino di Orvieto in epoche remote. Una fermentazione mai completamente conclusa porta nel tempo alla versione amabile, che identificava questo vino nel mondo, con quel leggero residuo zuccherino che per decenni ha contraddistinto l'Orvieto. La prima tangibile presenza della “muffa nobile” è certificata dal professor Giorgio Garavini, ispettore generale del Ministero dell'Agricoltura e delle Foreste: nel 1931 delimitò la zona di produzione del vino di Orvieto, sottolineando che il tipo abboccato era il più apprezzato e diffuso. Un vino “color giallo oro pallido, limpido, con profumo aggraziato molto rassomigliante a quello di uva fresca, con abbondanza di eteri, sapore soavemente dolce, con retrogusto leggermente amarognolo come di mandorla, frizzante per l'anidride carbonica prodotta da lenta fermentazione”, per molti paragonabile ai Sauternes francesi, ma senza il tipico sentore di zolfo.
Il nesso botrytis cinerea e territorio orvietano trova conferma anche nella consueta versione amabile di questo vino: si effettuava una doppia vendemmia, che lasciava in pianta una piccola porzione di uve, per avere una riserva zuccherina. Raramente l'appassimento avveniva in cantina, nel fruttaio, e solo per le aziende che acquistavano uve e non avevano vigneti di proprietà. In tutti gli altri casi, la permanenza in pianta fino a una vendemmia tardiva, in un contesto naturalmente predisposto, portava alla comparsa della muffa nobile, la botrytis cinerea.
La consapevolezza che si possono creare vini dolci interamente da uve attaccate da questa muffa prende vita negli anni Settanta e si concretizza nel 1981 con la prima bottiglia, la Pourriture Noble di Decugnano dei Barbi. Negli ultimi anni la produzione si è affermata e sono numerose le aziende che propongono questi vini, con stili e filosofie differenti: c'è chi utilizza solo le uve tradizionali, grechetto e trebbiano, e chi quelle internazionali più adatte, come sauvignon, sémillon, traminer e altre ancora. Dal 2011 il disciplinare di produzione dell’Orvieto, l'unico in Italia, prevede una tipologia “Muffa Nobile" con le medesime varietà della versione secca e amabile, ossia trebbiano toscano (o procanico, come è chiamato localmente) e grechetto per almeno il 60 per cento. Possono concorrere altri vitigni a bacca bianca fino a un massimo del 40 per cento. Le diverse basi ampelografiche consentono di produrre vini all'interno del disciplinare, oppure di orientarsi sulla normativa meno restrittiva dell'Igt Umbria.
La zona di produzione è abbastanza estesa e si sviluppa da nord a sud per circa quaranta chilometri, e da ovest a est per una decina.
In questo spazio, diviso tra Umbria e Lazio, l'area centrale, con la città di Orvieto proprio nel mezzo, acquisisce la definizione di Orvieto Classico: nella valle longitudinale creata dal torrente Ritorto e dal fiume Paglia, che verso sud confluisce nel Tevere, le caratteristiche ambientali portano alla costante presenza della botrytis cinerea, un versante a ovest della vallata si allunga fino al monte Peglia e al monte Citernella, separati dal lago di Corbara, un invaso artificiale che disegna uno scenario naturalistico di rara bellezza e contribuisce a caratterizzare il microclima dell'area. Il versante occidentale ha un andamento collinare, più morbido: dai monti Cimini fino al lago di Bolsena, i terreni, nonostante l'impronta fortemente vulcanica, sono abbastanza differenziati; l'attività magmatica è successiva all'emersione di epoca pliocenica, fase in cui si sono formati terreni sedimentari di origine marina decisamente argillosi, che nella parte nord disegnano scenari calanchiferi anche con presenza calcarea. A sud della città i terreni sono più ricchi di sabbie, e nei dintorni del lago di Corbara la grandissima presenza di sabbie lascia affiorare una miriade di fossili marini. Nel Pleistocene, con lo stiramento della crosta terrestre che ha originato una linea vulcanica dalla Toscana alla Sicilia, si formano terreni vulcanici legati alla fase eruttiva del complesso dei Vulsini, principalmente pozzolane e tufì. La successiva fase erosiva li ha facilmente abrasi, riportando alla luce il terreno sottostante di epoca più antica. Oggi sono rimaste terre vulcaniche solo a sud di Orvieto, nel tratto che si allunga verso il lago di Bolsena e i monti Cimini.
In tema di vini muffati, il pensiero corre immediatamente ai Sauternes francesi, anche se l'origine dei vini botrizzati è ungherese e la loro scoperta è legata alla zona del Tokaji. Già nel 1523 Paracelso citava il vino da uve botritizzate come “l'oro ottenuto dalle muffe”. Nel 1641 fu emanata la prima legge che regolamentava la produzione del vino ungherese. Solo, si fa per dire, nel 1660 nella zona di Sauternes i primi documenti lasciano pensare a vini dolci con queste caratteristiche. Il termine "muffa nobile" è utilizzato per la prima volta nel 1729 da Pier Antonio Micheli nella monografia Nova plantarum genera.
La botrytis cinerea si sviluppa sui grappoli in particolari condizioni climatiche, come alta umidità e scarsa ventilazione. Generalmente lo sviluppo di questo fungo porta a un peggioramento sanitario e qualitativo dell'uva, con conseguente perdita del raccolto.
Nell’Orvietano l'autunno è nebbioso, e da un momento all’altro ci si trova immersi in una coltre che attutisce ogni cosa; spuntano come isole le sommità delle colline, da cui si scorge il cielo terso e luminoso. La buona ventilazione in un clima caldo e secco già poche ore dopo l'alba dissolve e asciuga l'umidità della notte. Nei mesi di ottobre e novembre questa alternanza è costante, grazie alle nebbie e alla rugiada mattutina che innalzano il grado di umidità. Lo sviluppo del fungo ne risulta favorito, ma in maniera limitata, ed ecco che quest'ultimo evolve in forma larvata all'interno dell'acino, dando vita al miracolo enologico dei muffati orvietani. La botrytis cinerea non ha uno sviluppo omogeneo sul grappolo, e si presenta in tre diversi stadi: inizialmente l'acino è sferico, dorato, con piccole macchie scure, indizio dei primi attacchi. Poi la bacca assume una colorazione bruna o rosa-violacea, l'acino inizia a raggrinzire e c'è la completa incavatura; la botrite degrada la buccia, senza tuttavia penetrare a fondo nella polpa. Nell'ultimo stadio, detto anche “confit”, l'acino assume una tonalità marrone scuro e un aspetto rugoso, reso a volte poco invitante da uno strato di micelio esterno più o meno sottile. Per i perfezionisti questa coltre, ben diversa dallo sviluppo degenerato e abnorme della muffa grigia, deve essere leggermente ‘pelosa’, sottile e omogenea. Con questo livello di botrytizzazione i risultati sono straordinari e le sensazioni gustative e aromatiche di incomparabile finezza.
Lo stadio di evoluzione è il risultato di due fenomeni simultanei: l'azione della botrytis cinerea in forma larvata e la contemporanea disidratazione dell'acino. La prima degrada gli acidi organici, gli zuccheri e attacca la buccia, assottigliandola, accelerando così la disidratazione grazie a una più rapida evaporazione dell'acqua contenuta nella polpa. Il fungo consuma zuccheri abbondantemente; pertanto, se insieme alla sua azione non ci fosse il simultaneo effetto dell'appassimento, si otterrebbe una concentrazione troppo bassa per una produzione significativa. Dalla degradazione degli zuccheri si formano diverse sostanze, soprattutto il glicerolo, che raggiunge la sua massima concentrazione prima che il micelio si sviluppi esternamente. Quando il micelio è esterno, la muffa riduce anche del 70 per cento l'acidità dell'acino, degrada l'acido tartarico e malico, e si producono molti elementi che poi si rifletteranno sul profilo aromatico come un marchio di fabbrica, attraverso note di zafferano e di medicinale, soprattutto nella piena maturità evolutiva.

Il Brunello di Montalcino, il re delle vigne della zona, è un vino rosso molto apprezzato dagli amanti dell’enogastronomia Italiana.

La sua storia è legata a doppio filo alla famiglia Biondi Santi, che da poco più della metà dell’800 si è completamente dedicata alla coltivazione di un clone di sangiovese, definito “brunello” in questa zona collinare nei pressi di Montalcino.

Rosso rubino intenso tendente al granato, o già preziosamente granato dopo lunghi anni di affinamento (non può essere immesso al consumo prima del 1º gennaio dell'anno successivo al termine di 5 anni calcolati considerando l'annata della vendemmia), dotato di grande consistenza, il Brunello di Montalcino regala un bouquet meraviglioso, con sentori di sottobosco, confetture di frutta rossa, pepe nero e cannella, legno aromatico e liquirizia, in un insieme di ricordi ampi ed eterei. Secco e caldo, morbido ed elegante nella sua componente tannica, sapido e dotato di ottima struttura, lascia a lungo sensazioni gusto-olfattive complesse ed articolate. E’ un vino molto longevo, che in funzione dell’andamento climatico dell’anno, può maturare per oltre 30 anni nelle annate eccezionali (si ricordano negli ultimi 40 anni le annate 1985, 1988, 1990, 1995, 1997, 2004, 2006, 2007, 2010, 2012, 2015, 2016, 2019 - dati presi dal consorzio del Brunello di Montalcino).

In tavola, crea un connubio indimenticabile se abbinato a piatti molto strutturali e compositi quali le carni rosse, la selvaggina da penna e da pelo, anche accompagnate da funghi e tartufi. Un altro abbinamento ottimale è con i formaggi, e dulcis in fundo è godibile anche come vino da meditazione.

Le colline di argilla alternata a sabbia di questa zona rappresentano il terreno ideale per la coltivazione del prugnolo gentile, clone di sangiovese dal quale si ottiene un vino prodotto in piccole quantità ma di grande pregio. Uno dei vitigni che si possono usare nell’uvaggio (70% prugnolo gentile, 30% altri vitigni) è il “mammolo”, che dona un gradevole profumo fruttato che evolve lentamente in sentori di viola mammola.

Il colore del Vino Nobile di Montepulciano è rosso rubino più o meno intenso, con tonalità rosso granato dopo anni di affinamento. Il profumo è raffinato, con sentori di marasca, viola mammola secca e leggera speziatura. Secco, caldo, morbido e leggermente tannico, è strutturato con eleganza e discrezione.

Si ricordano negli ultimi 40 anni le annate 1985, 1988, 1990, 1995, 1997, 1999, 2006, 2007, 2012, 2015, 2017, 2019 - dati presi dal consorzio del Vino nobile di Montepulciano.

Primi piatti con ragù di cacciagione, selvaggina in salmì, carni rosse al sangue, alla griglia e saltate, faraona al cartoccio, lepre, formaggi stagionati trovano in un bicchiere di Vino Nobile di Montepulciano il compagno ideale per valorizzare al meglio le proprie caratteristiche.

 

Il vitigno syrah è tra i più coltivati al mondo, tuttavia le sue origini sono ancora misteriose. Si narra che le prime barbatelle di syrah siano state portate in Francia da alcuni Cavalieri di ritorno dalle Crociate in Terrasanta e messe a dimora sulla famosa collina di Hermitage nella valle del Rodano. Sicuramente il vitigno è originario dell’area caucasica o del Mediterraneo orientale. Nei corso dei secoli ha trovato il suo habitat ideale sulle ripide sponde della valle del Rodano. Una zona caratterizzata da un clima continentale, con estati molto calde, mitigate dal fresco vento mistral. Dalla Francia, il vitigno si è poi diffuso in molte zone d’Europa e soprattutto nel Nuovo Mondo. In Italia la syrah è coltivata con buoni risultati in molte Regioni. In particolare, nella campagna di Cortona è presente da molto tempo, tanto da meritarsi anche una Denominazione d’Origine Controllata con menzione del vitigno.

L’uva syrah arriva a maturazione piuttosto tardi e per ottenere vini di qualità, bisogna coltivarla con basse rese e grande attenzione alle curve di maturazione. Il vino ha un colore rosso intenso. Il profilo olfattivo è affascinante, con profumi floreali, di frutta rossa, spezie e la caratteristica nota di pepe nero. Al palato è ampio, complesso, con aromi terziari, che con il tempo prendono il sopravvento sulle note fruttate, donando al vino una serie di sfaccettature molto eleganti. La trama tannica è ben integrata e il grado d’acidità molto equilibrato.

Il Cortona Syrah a tavola trova i migliori abbinamenti con arrosti, grigliate, carni allo spiedo, agnello al forno e selvaggina.

Il nome “morellino” deriva dalla razza di cavalli che un tempo erano impiegati per trainare le carrozze, ed è rimasto a questa denominazione posta ai piedi delle colline maremmane, attorno al piccolo comune di Scansano.

Il vitigno è il sangiovese, e dà un vino ben strutturato e piuttosto ricco in tannini, di un bel rosso rubino e con profumi intensi di frutta a bacca rossa e nera, che evolvono verso quelli floreali di viola mammola e speziati con l’affinamento. La freschezza è buona, così come la componente tannica e la sapidità. In gioventù è un vino da tutto pasto e piuttosto semplice, mentre il Morellino di Scansano Riserva ha le caratteristiche ottimali per esaltare le gustose sensazioni del maiale ubriaco, oltre che di lepre in salmì, anatra alle ciliegie, oca selvatica arrosto e scottiglia di cinghiale.

Nel mondo, il vino italiano per antonomasia é il Chianti, soprattutto nel suo packaging storico del tradizionale fiasco impagliato. E’ un vino di tradizione secolare: nell’800 il barone Bettino Ricasoli stabilì i principi relativi ai vitigni utilizzati, ai metodi di coltura e di vinificazione.

La zona di produzione è vastissima, ed é stata divisa in due macro-aree ovvero Chianti Classico, con il simbolo del gallo nero (che comprende solo ed esclusivamente i comuni di Castellina in Chianti, Radda in Chianti, Gaiole in Chianti, Greve in Chianti, San Casciano in Val di Pesa, Barberino Val d’Elsa, Tavarnelle Val di Pesa, Castelnuovo Berardenga e Poggibonsi) e Chianti, che comprende le colline tra Firenze, Siena, Arezzo, Pistoia e Pisa.

Le caratteristiche organolettiche del Chianti, in genere, sono un colore rosso rubino mediamente intenso, un profumo fruttato con sentori di marasca, sottobosco e viola mammola, un gusto secco e morbido, con buone percezioni pseudocaloriche, freschezza ben definita, tannini non aggressivi ed adeguata struttura. Si abbina perfettamente a piatti di salumi, scottiglia, pollo alla diavola, trippa alla fiorentina, porchetta allo spiedo, pecorino toscano e, immancabilmente, alla più tradizionale e succulenta fiorentina.

Si ricordano negli ultimi 40 anni le annate 1985, 1988, 1995, 1997, 1999, 2006, 2008, 2016 - dati presi dal consorzio del Chianti Classico.

Vin Santo del Chianti, prodotto con base trebbiano toscano e malvasia bianca, e Vin Santo del Chianti Occhio di Pernice, prodotto con base sangiovese, sono due eccellenze dell’enologia chiantigiana. 
Il tradizionale metodo di vinificazione prevede che l’uva, dopo aver subito un’accurata cernita, sia sottoposta ad appassimento naturale ed ammostata non prima del 1° dicembre dell’anno della vendemmia e non oltre il 31 marzo dell’anno successivo. E’ ammessa una parziale disidratazione delle uve con aria ventilata. La vinificazione e l’affinamento devono avvenire in recipienti di legno (chiamati "caratelli") di circa 100 litri di capacità. 

Il Vin Santo del Chianti evidenzia un colore tra il dorato e l’ambrato, con profumi di frutta secca tra i quali spiccano quelli della noce, della nocciola e della mandorla. Nelle sue annate migliori, può evolvere oltre i 15 anni, perfezionando l’ampiezza del proprio bouquet, con note fruttate sempre più complesse e speziate. La morbidezza diventa una sensazione vellutata, e la persistenza aromatica davvero importante, caratteri che lo rendono un vino ideale per biscotti di pasta di mandorle, ricciarelli, cantucci, torte con le mandorle e panforte. Lo si può apprezzare anche da solo, come vino da meditazione.